Mettere in scena La Locandiera significa entrare in uno dei momenti più importanti della storia del teatro italiano: il passaggio dalla Commedia dell’Arte alla riforma goldoniana. Goldoni non cancella la tradizione che lo precede, ma parte da essa, ne conserva l’energia, il ritmo e i meccanismi comici, per condurla verso un teatro nuovo, fondato sulla parola scritta, sull’osservazione della realtà e sulla progressiva trasformazione del tipo fisso in personaggio.
Nell’allestimento questa doppia anima rimane costantemente presente. Dietro il Marchese di Forlipopoli, il Conte d’Albafiorita, Fabrizio e lo stesso Cavaliere di Ripafratta si possono ancora intravedere le figure della tradizione comica, ma Goldoni le sottrae progressivamente alla rigidità del tipo per restituire loro caratteri, debolezze, contraddizioni e sentimenti.
Mirandolina rappresenta pienamente questo nuovo teatro. Non è una maschera, ma una donna capace di comprendere il mondo che la circonda e di dominarne le dinamiche attraverso la parola, l’intelligenza e una straordinaria consapevolezza del comportamento umano. La locanda diventa così un piccolo universo nel quale le differenze sociali, il denaro, la nobiltà, il desiderio e la seduzione vengono osservati e messi a confronto.
La regia parte dalla tradizione della Commedia dell’Arte, dal ritmo, dalla fisicità e dal rapporto diretto tra gli interpreti, per accompagnare gradualmente lo spettatore dentro il nuovo mondo goldoniano. La comicità non viene abbandonata, ma diventa sempre più legata alla verità dei personaggi e delle loro relazioni.
La Locandiera si trova dunque su una soglia: alle sue spalle il grande patrimonio delle maschere e dei tipi della tradizione italiana; davanti, un teatro nel quale l’essere umano, con le sue passioni e le sue contraddizioni, diventa protagonista. È proprio in questo passaggio che l’allestimento ricerca la propria identità, lasciando emergere la modernità di Goldoni senza perdere la memoria teatrale dalla quale la sua riforma ha avuto origine.
La nostra messinscena parte da questa costruzione. Goldoni concentra l’azione in ventiquattro ore e rende naturale ciò che potrebbe apparire incredibile: è nell’equilibrio fra naturalezza e artificio che riconosciamo la forza della sua riforma teatrale. Le scene restano leggere, i costumi richiamano il Settecento e la parola guida gli attori. Al centro rimane Mirandolina, capace di governare il gioco e di rivelarne insieme il fascino e il pericolo.
Cristiano Roccamo